La Calabria, la vera “Terra dei fuochi

pubblicato da La Redazione

L’ultima indagine, ultima solo in ordine cronologico, sul traffico dei rifiuti denominata “Feudo” coordinata dalal Dda di Milano ha consentito ai Carabinieri della Forestale del capoluogo lombardo di smantellare un’associazione a delinquere che operava fra Lombardia, Campania e Calabria. A capo dell’organizzazione un calabrese di Siderno. Una ennesima inchiesta che dimostra ancora una volta come l’organizzazione criminale più pericolosa del mondo, la ‘ndrangheta, continui oramai da decenni a gestire i traffici di di rifiuti e l’occultamento illegale degli stessi. Attività criminale che frutta giri di centinaia di milioni di euro l’anno. Ma il traffico dei rifiuti è un traffico saldamente in mano della ‘ndrangheta da tempo. A raccontare del giro d’affari legati al controllo del traffico di rifiuti anche numerosi pentiti. Fra i tanti anche il pentito di Camorra, Francesco Schiavone, noto alle cronache per aver raccontato della Terra dei Fuochi controllata dal clan del casalesi ha sostenuto, in più occasioni, che anche in Calabria la ‘ndrangheta sin dagli anni ’70 ha utilizzato il territorio per seppellire tonnellate e tonnellate di rifiuti di ogni tipo. Ma in Calabria, essendo la terra dell’impunità e dell’omertà, non è accaduto alcunchè. Non esiste in Calabria un movimento popolare o di impegno civile come in Campania o in Sicilia. E Schiavone non è stato il primo pentito a parlare del traffico dei rifiuti. Ne parlò per anni anche Francesco Fonti, boss pentito di ‘ndrangheta. E Francesco Fonti il 5 dicembre del 2012 ha lasciato la sua vita terrena colpito da un male incurabile dopo aver trascorso gli ultimi diciotto anni della sua esistenza da collaboratore di giustizia. Ma chi è stato realmente Francesco Fonti. Un vero boss della ‘ndrangheta prima ed un pentito scomodo dopo, oppure un uomo che ha sempre cercato da dare di sé una visione diversa millantando credito e romanzando la sua vita cercando di farsi accreditare per quello che in realtà non era. E fra le due tesi quella che ebbe la meglio fu quella di essere considerato poco credibile. Eppure a leggere il libro autobiografico, “Io, Francesco Fonti, pentito di ‘ndrangheta e la mia nave dei veleni” edito dalla “Falco Editore” nell’ottobre del 2009 non sembra poi essere del tutto inattendibile. Inoltre da quando, e precisamente dal 23 maggio 2014, alcuni documenti coperti da segreto di Stato relativi alle indagini sulla morte di Ilaria Alpi e sul presunto traffico internazionale di rifiuti sono stati desecretati su decisione del Consiglio dei Ministri, non sembra affatto che in alcuni di questi il collaboratore di giustizia Francesco Fonti venisse ritenuto completamente inaffidabile per come poi invece è stato giudicato nell’ambito processuale. Fonti collezionò, fra l’altro, anche tre condanne per calunnia nei confronti di diversi magistrati. E nelle sue dichiarazioni Francesco Fonti non risparmia nessuno. Racconta di cene romane con esponenti importanti dei servizi segreti, di incontri con importanti personaggi della Prima Repubblica.  Si tratta ovviamente del periodo nel quale Francesco Fonti frequentava Roma e girava l’Italia per lungo e per largo. Si tratta degli anni ’70 ed anni ’80 considerando che, condannato a 50 anni di reclusione, diviene collaboratore di giustizia nel 1994, quando aveva soli 46 anni, e quando nella gerarchia ‘ndranghetista aveva raggiunto il grado di “Vangelista”. Francesco Fonti nasce a Bovalino il 22 febbraio 1948. “Avevo meno di vent’anni, ma nel Sud questa età è quella buona per essere affiliato”, “Venni mandato a Torino per farmi le ossa” racconta Fonti di se stesso. E nel suo libro racconta anche della sua esperienza vissuta nel cosentino, della sua permanenza a Rossano Calabro dove acquistò una villa e dove espletò l’attività di commerciante nel settore dell’arredamento, del contrasto poi risolto con Peppino Cirillo, in quel tempo boss della sibaritide. Il racconto della sua vita prosegue con l’arresto nel 1985 nel carcere di Vibo dove Fonti conosce Franco Pino, il boss dagli occhi di ghiaccio. Sempre nel 1985 Fonti nel carcere di Vibo partecipa alla veglia funebre in onore di Paolo De Stefano, ucciso nella guerra di ‘ndrangheta reggina il 13 ottobre 1985. Racconta anche della sua esperienza carceraria vissuta all’interno del carcere di Via Popilia a Cosenza. Del suo ingresso nella “Santa”, l’organizzazione di vertice della ‘ndrangheta ai quali componenti è permesso di avere contatti con esponenti deviati dello Stato, del suo rapporto per anni con uomini dei servizi segreti, con potenti personaggi della mafia siciliana. Ma la sua credibilità subisce un duro colpo quando il Ministero dell’Ambiente accerta che il relitto antistante il mare di Cetraro non è la nave “Cunsky” che, per le dichiarazioni di Fonti, venne fatta affondare con il suo carico tossico, bensì quello del Piroscafo “Catania” affondato durante l’ultima guerra. Vi è chi pensa che la storia delle navi dei veleni sia uno di quei misteri all’italiana che tali rimarranno per sempre nonostante la desecretazione degli atti coperti dal cosiddetto segreto di Stato. Una storia, quella delle navi dei veleni, sulla quale sono stati scritti fiumi e fiumi d’inchiostro, sulla quale sono stati pubblicati numerosi libri con diversa fortuna editoriale. Così come mai si saprà con certezza se Francesco Fonti raccontò da pentito una verità vera ma scomoda oppure Francesco Fonti, nel suo paese detto Ciccillo, nel suo memoriale di 49 pagine del 2003 consegnato a Enzo Macrì della Procura nazionale Antimafia nel quale si racconta delle tante navi affondate nel Mediterraneo, si avventurò nel fantasticare fatti non veri per darsi un ruolo che non ha mai avuto. Anche questo rimarrà un mistero come rimarrà un mistero su cosa cercassero coloro i quali hanno saccheggiato la sua modesta abitazione assegnatagli nell’ambito del regime di protezione e collocata segretamente in un centro assistenziale di una provincia del Nord Italia pochi giorni dopo la sua morte.
Gianfranco Bonofiglio

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